FRATER FRANCISCVS

Frater Franciscvs

 

 

.... Immagino il giovane Francesco affacciarsi timido nel romitorio benedettino tra le montagne e chiedere ospitalità ai monaci lì presenti che non aspettavano nessuno. Francesco è di passaggio, deve assistere alla benedizione di un altare lì vicino, un semplice comunissimo altare. E’ stanco, ha sete. I suoi compagni sono ore che gli chiedono di fare una sosta; lui avrebbe proseguito il viaggio, vive in un tempo e in uno spazio scanditi dal battito non del suo cuore ma di chi lo ha creato.

La comunità benedettina non immagina ancora che l’uomo di fronte a loro sarà il Santo di Assisi, il primo uomo a cui verranno impresse le Stimmate, segno di completa unione con l’Altissimo. La storia del ragazzo di Assisi che ha lasciato la sua famiglia, la sua casa e che va in giro benedicendo Dio vestito solo di un abito rozzo, a loro non è ancora arrivata. Nella piccola comunità nascosta tra le montagne le notizie non giungono come a noi oggi in tempo reale: tutto è molto più dilatato, “lento”.

Solo alla fine del soggiorno, prima del congedo da parte del drappello di assisani, i monaci si rendono conto di chi veramente hanno avuto come ospite, ed uno di loro, un giovane pittore, stordito da quello sguardo dolce ed inquieto, gli chiede il tempo necessario per poterlo ritrarre, fissare i suoi occhi su una tela.

Ma Francesco ha fretta, è inquieto, testardo, deve andare, non può più aspettare. Allora il giovane pittore disperato prende di corsa i suoi pennelli ancora sporchi di colore, li lava e lo dipinge lì sulla parete accanto a loro, così come si trova, in piedi, di corsa, insofferente.

Questa è per me la storia del  ritratto dell’Anonimo del sublacense, così percepisco l’atmosfera di quei momenti vissuti tra le rocce dello Speco da uomini come noi secoli fa. Un disegno fatto a tutti i costi e comunque, per fissare un istante, per rinchiudere in una tela improvvisata gli occhi di chi non vuoi dimenticare.

 

Fabio Martino

Parco Regionale Appia Antica

CAMPAGNA ROMANA
Da tanti anni ormai, mi muovo per per la campagna romana scattando fotografie
e questa mostra si è rivelata anche l’occasione per verificare dentro me un nuovo
modo di interpretarla, di fotografarla. E, se in passato, il più delle volte mi ero
lasciato trasportare dalla bellezza dei chiaro scuri, dalla dolcezza dei declivi, dal
romanticismo del paesaggio, ora il caos e il disordine mi avvolgono e sembrano
prevalere intorno ed oltre le mura.
Terreni incolti, brulli, cespugli brutti e ridicoli nascono spontaneamente ovunque,
quasi a voler interrompere cinicamente il lieve profilo delle colline e dei campi,
rovine che giacciono abbandonate lì dove prima erano parte di una grande civiltà,
il rapido ed inesorabile avanzare del cemento con i suoi mostri. Ecco allora che
l’obiettivo mi restituisce una natura perfettamente regolata da una fragile armonia e gioco delle forme. Il caos nella campagna romana ricca di elementi profondamente diversi tra loro si trasforma in ordine, disegno, progetto.
La luce ed il cielo stanno a guardare e accarezzano con grazia i terreni incolti; i
miei occhi spaesati, confusi, incapaci di cogliere il focus o un particolare punctum per usare un termine di Roland Barthes, improvvisamente afferrano il senso, uno schema. Divertito ed avvolto da questo gioco del nascondersi ed apparire della campagna romana, inizio a comporre con la macchina fotografica varie forme e figure. Cielo, terra, elementi insignificanti sparsi qua e là, il cemento dei quartieri, sono uniti e regolati da una delicata armonia, una pacifica convivenza, un gioco di geometrie. Non più la visione romantica e statica dei paesaggisti del grand tour, ma un paesaggio che si muove sotto i tuoi occhi in un dinamismo ininterrotto. La vita allora con il suo kaos, se letta con attenzione, può trovare un punto di equilibrio, quasi a suggerirci che non saremo destinati ad essere travolti dal suo tumulto se siamo capaci, adesso, di cogliere in essa l’ironia, la bellezza.

 

Fabio Martino

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